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La Fantasia di Rodari – 29.03.2014

La Grammatica della fantasia è il titolo di un bellissimo libro scritto da Gianni Rodari (1920 -1980).  RodariCome dice il sottotitolo, é un'”introduzione all’arte di inventare storie”, ed è  l’unico volume di Rodari che non è di narrativa, ma ha un contenuto teorico.    Nasce ufficialmente a Reggio Emilia, dalla paziente trascrizione a macchina da parte di una stagista di alcuni appunti scritti intorno agli anni ’40 e rimasti a lungo dimenticati.

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La copertina del libro dei perchè

Il libro, edito nel 1973 con le stampe della Piccola Biblioteca Einaudi,  si sviluppa in 45 capitoli, che affrontano altrettanti temi cari alla poliedrica attività di scrittore e di studioso di Gianni Rodari.  “Inventare e disegnare un fumetto è un esercizio di gran lunga più utile, a tutti i fini, che svolgere un tema sulla festa della mamma o su quella degli alberi”.   “E’ bello vantarsi di qualcosa ….. il lettore faccia conto che io stia giocando a quel gioco che la psicologia transazionale chiama – Guarda mamma come vado bene senza mani -“.  ” Nella Scuola la creatività dovrebbe essere al primo posto.  E il maestro ?  Si dovrebbe trasformare in un animatore, in un promotore di creatività”.   Quelle che ho riportato sono solo alcune delle numerose frasi che ho sottolineato nella mia copia, che spesso riprendo in mano per “cercare di capire”.  Di questo libro mi piace tantissimo il titolo; nel libro sono contenuti tantissimi spunti di riflessione; ma soprattutto trovo geniale e generoso che per lunghi anni della propria vita Rodari abbia cercato di mettere a fuoco una materia tanto impalpabile e importante quanto quella della Fantasia e della Creatività.

Ho conosciuto Arno Stern – 27.02.2014

Sabato mattina sono andato ad ascoltare la mia amica Maria Pia Sala www.atelierdellatraccia.it  architetto appassionata di pittura e bambini, che ha illustrato ad una attenta plateaarno stern la figura e l’opera di Arno Stern (vedi foto qui a fianco).  Stern ha studiato per tutta la sua vita le caratteristiche universali dell’atto del tracciare dei segni su una superficie, da parte dei bambini innanzitutto, ma insiti (e spesso sepolti) in qualunque adulto.   Lo studio di Stern si astiene da ogni interpretazione soggettiva della traccia, e ne stimola la manifestazione nelle condizioni più libere possibile da pressioni e influenze.  Stern, nel 1946, a 22 anni, è chiamato in un istituto per orfani di guerra, dove ben presto fa dipingere i bambini e comprende immediatamente il ruolo primordiale del gioco che provoca.  arno sternApre in seguito un atelier a Parigi, divenuto celebre negli anni ’50 con il nome di “Académie du Jeudi”, e lì rimasto attivo per 33 anni prima d’essere trasferito, nel 1983 in un’altra zona di Parigi.  Arno Stern partecipa a numerosi congressi  e tiene corsi in tutto il mondo; crea alcuni Ateliers in ospedali ed edifici pubblici, mentre praticanti da lui formati ne istallano in IMP, scuole, centri sociali, istituzioni culturali.  Allarga il campo dei suoi studi soggiornando presso le popolazioni di Mauritania, Perù, Niger, Afghanistan, Etiopia, Guatemala, Nuova Guinea, riscontrando che gli elementi base delle tracce si trovano dappertutto.  arno stern 3L’atelier proposto da Arno Stern deve essere  un luogo che metta la persona al riparo da pressioni ed influenze; in cui la presenza degli altri è intesa nell’accezione di compagni di gioco che condividono il suo carattere di non-comunicazione e di normalità delle tracce; in cui la la presenza di un tutore non giochi il ruolo di figura di riferimento, né quello di destinatario di ciò che viene formulato, bensì quello di un servitore. 

 

Bruno Munari – 28.01.2014

Parlare di Bruno Munari in poche righe è impossibile (o forse solo lui riuscirebbe a farlo).   Quindi inizio a parlarne, conImmagine l’intento di tornarci su.   Mi soffermo qui su tre suoi progetti:  un giocattolo, una lampada, un orologio.   Ma parlando di Munari potremmo parlare di cinema, di libri, di arte, di grafica, di laboratori, di installazioni, di mostre, di premi, e di molto altro ancora.   Cominciamo allora dal giocattolo, da quella scimmietta Zizì (1953), divenuta talmente famosa da meritarsi un “Compasso D’oro”, un francobollo delle Poste italiane, un successo di vendite e di godimento clamorosi, un posto nella storia del design italiano (e quindi mondiale).  Zizì è realizzato in gommapiuma armata con un fil di ferro, che può assumere le più disparate posture, ed è piacevole al tatto.   Passiamo alla descrizione della lampada Falkland, che Munari  fece produrre da Danese nel 1964.    Lampada Falkland MunariMunari racconta: “Un giorno sono andato in una fabbrica di calze per vedere se mi potevano fare una lampada. – Ma noi non facciamo lampade signore.  – Vedrete che le farete. E così fu .”  La lampada è realizzata con una maglia elastica tubolare che prende forma mediante l’inserimento di alcuni anelli metallici di diverso diametro.  La lampada è alta circa 1 metro, ma quando si compra è inserita in una scatola di pochi centimetri di spessore.   E per concludere due parole sull’orologio “Tempo libero” che fu prodotto a partire dal 1994 (ma che viene prodotto tuttora) da Swatch, orologio munari la casa svizzera che divenne un must negli anni ’90.    Munari fu chiamato a produrre questo orologio da Alessandro Mendini,  allora direttore artistico di Swatch.  Lui pensò a dodici piccoli dischi con i numeri delle ore che, posti trai due vetri sul quadrante, possono muoversi liberamente ad ogni movimento del polso.   Munari, con la sua proverbiale ironia, si  prese gioco del concetto di tempo frenetico e inesorabile dei giorni nostri, e di chi lo considera solo  “denaro”.  I  dodici  dischi indisciplinati ci fanno riflettere che forse non è importante sapere esattamente che ora sia, bensì di riuscire a sforzarci di fare del nostro un Tempo Libero, e non una Schiavitù.

Le ombre di Martinelli – 23.01.2014

Cosa sono le ombre ?   Le proiezioni dei nostri corpi sotto il sole, risponderete.  Ma c’è chi le trasforma in qualcosa di diverso, in qualcosa di più.   Tutti conosciamo le ombre cinesi, che dall’antichità e fino ancora ad oggi continuano a stupirci, commuoverci, divertirci come molte altre formel'ombra di Lucio teatrali. Ma ci sono anche artisti contemporanei, e più vicini a noi, che ne fanno materia (evanescente) della loro ricerca e della loro poetica.  Uno di questi è il trevigiano Mario Martinelli, che da più di vent’anni cerca (riuscendoci) di “tirar fuori un’anima” dall’ombra.    Effimere presenze della nostra esistenza,  stupite scoperte di sé e dell’evento della propria scomparsa, le paris-un_mur_pourl'enfance 2006ombre di Martinelli ci colpiscono e ci stupiscono.    ” … Col sentimento struggente d’una possibile scomparsa dell’uomo, Martinelli ferma l’ombra del passante e gliela presenta come un altro sé, monumento effimero al miracolo breve dell’esistenza. Si creano così nuove relazioni tra memoria, inconscio e spazio urbano….”  (Pierre Restany).  E’ bello girare per le strade delle città del mondo imbattendosi in queste ombre poetiche.             Che siano le strade di Bologna con la l'ombra della sera 1990struggente  “”ombra di Lucio” (2013) foto in alto;  che siano le strade di Parigi, percorse a naso in sù per godersi i due bambini in altalena proiettati sul “mur pour l’enfance” (2006) foto in mezzo; o qualunque altra città  in cui ci si possa imbattere in qualcosa di simile alla malinconica “ombra della sera” (1990) foto in basso, Martinelli ci auta a sognare, e a farci comprendere che un muro non è solo un muro, e un’ombra non è solo un’ombra.